A Nola
Il Laboratorio è nato a Nola (Napoli) nel 1978 ad opera di Vittorio Avella ed Antonio Sgambati che, dopo le rispettive esperienze a Parigi ed a Bergamo, tornano con il proposito di sviluppare anche nell’area napoletana “l’idea di Libro e Stampa d’Arte“.
La marca tipografica raffigurata da un ovale con due volti intrecciati nel segno del “rebis“, che allude all’unione ed alla reciprocità tra matrice e stampa, tra stampatore ed autore e tra arte e poesia, assurge a simbolo del lavoro che con rigore artigianale e percezione artistica si è cercato, non senza difficoltà, di promuovere.
Nel corso degli anni Il Laboratorio è divenuto punto di riferimento per la discussione sulle tecniche incisorie e sede di ricerca, di verifica e di produzione nazionale ed internazionale.
L’acquaforte, l’acquatinta, la puntasecca, le tecniche miste, le serigrafie ed ogni altro procedimento di stampa manuale, hanno consentito ad artisti di diversa sensibilità ed esperienza di esprimersi pienamente.
“Libertà innovativa e rispetto dei canoni: questa la marca autentica del Laboratorio nolano, i cui nitidi fogli e le stampe incise riflettono, con coerenza, il carattere unitario della collaborazione tra artista ed incisore.”
(dall’articolo di Antonio Autieri sulla rivista Colophon n. 2, Maggio 1999, Belluno)
Nel 1983 con L’acqua dall’alto, testo di Jan Orto e tavole di Mario Persico, viene avviata l’attività dei libri d’arte e d’artista, edizioni a tiratura limitata, stampate manualmente con torchi a stella e caratteri a piombo su carte pregiate, firmate e numerate dagli autori e con particolari legature.
“Artisti come Meret Oppernhheim, Mario Persico, Fabrizio Clerici, Luca, Mimmo Paladino, Santolo, Ernesto Tatafiore, Angelo Casciello, Adriana De Manes, ospitati fraternamente da Vittorio Avella, che ha spesso insegnato loro con precisione e perizia la varietà delle tecniche, vi hanno inciso e stampato grafiche e libri d’artista su “antichi” torchi a stella e su soffici telai serigrafici, restituendo al mondo della grafica qualità spesso perdute.”
(A. Autieri, ibidem)
